lunedì, 19 ottobre 2009,11:04
Notte fonda. Ero uscita di casa da sola e stavo tornando da sola. Mi batteva il cuore, avevo paura di spostarmi nel buio: si vedevano cose che la luce non ti mostrava, cose deformi, e si sentivano voci e rumori che il giorno celava, rumori sinistri.
Mi voltavo pavidamente di tanto in tanto, per vedere se qualcuno mi stesse seguendo. Un ragazzo di colore mi passò accanto guardandomi. Chiusi gli occhi e respirai profondamente.
Forse l’alcool che mi attraversava le vene quella sera mi aveva costretta ad uno stato di paranoia. Pensai che quel ragazzo sarebbe potuto tornare indietro a chiedermi una sigaretta. Ma sarebbe stata una scusa.
- Mi spiace, non fumo. – avrei risposto, con lo sguardo schivo.
E avrei continuato a camminare, ma lui mi avrebbe seguita fino ad un angolo e sbattuta contro il muro. Mi avrebbe mostrato un coltello e io mi sarei lasciata toccare, violentare in uno di quei vicoli bui bolognesi. Non avrei potuto gridare, solo piangere e, infine, mi sarei lasciata ammazzare.
- Fermati!
Una mano brandì con forza la mia spalla ed io urlai.
- Non strillare!
L’immagine confusa e obnubilata si schiarì e mi mostrò il viso pallido e mesto di Fabio. Mi sorrise ed io respirai affannosamente finché il mio cuore rallentò il battito.
Entrammo in casa e Fabio mi propose di guardare un dvd, “Old Boy†di Park Chun-Wook, un film violento, disumano, sull’impossibilità di non fare i conti con il proprio passato.
Presi qualche fungo allucinogeno all’inizio del film, per studiare la reazione e la potenziale correlazione tra il mio trip e le immagini mostrate in video.
Volevo essere un gatto. I gatti sono animali solitari come barboni, ma mentre questi finiscono per impazzire e sproloquiare, i felini no. Restano animali equilibrati e astuti, girovaghi e atarassici. Non hanno bisogno di amici, non hanno bisogno di una famiglia, non hanno bisogno dell’amore. In primavera si spostano per assecondare i loro istinti sessuali, per farsi passare la fregola e poi spariscono. Non soffrono, né si distruggono per amore.
Non sentivo solo le battute del film, io sentivo altre indistinte voci che mi martoriavano. Voci e sorrisi che mi tampinavano. Carezze e sguardi che mi trafiggevano pungenti.
L’avevo visto ma ero troppo ubriaca per decifrare la scena, come in quel momento mi fu difficile distinguere le immagini del film. Si guardavano come se ci fosse stata qualcosa tra di loro. Parlo del film? No, non era il film. Gli attori erano coreani, quelli che vedevo io erano dei bastardi italiani.
Mi voltai e vidi Fabio appoggiato al muro con gli occhi chiusi. Sentii strillare un uomo nel film e mi concentrai sulla scena. Denti estirpati e tanto sangue.
La luce fioca della lampada si mischiava ai colori farraginosi dello schermo e mi infastidiva. Quella luce delineava i confini della mia stanza che sembrava rimpiccolirsi, inghiottita dal buio.
Mi sembrava di vedere qualcuno spostarsi nel buio, chiudevo gli occhi per farlo sparire e vedevo Fabio ridacchiare con una ragazza. C’era qualcosa tra di loro, c’era un’intesa che io non avevo forse mai raggiunto con lui, perché ognuno di noi ergeva muri invalicabili all’altro, entrambi avevamo sofferto troppo e ognuno di noi non voleva farsi carico del dolore dell’altro. No, io l’avrei fatto per lui, ma lui era troppo pavido e forse mi compativa. La testa cominciò a girarmi e lo vidi parlottare con una ragazza. Chiusi gli occhi irata come un’ossessa.
Un pugno nello stomaco…le loro carezze…sangue…un calcio nei denti…paure…i loro sorrisi…il mio sguardo appannato…rabbia…piangevo e strillavo…pugni…il suo stomaco perforato…denti estirpati…sangue sul suo corpo…sangue sulle mie mani…schizzi di sangue sulla tv.
Ero scappata da Piazza Verdi perché avevo vomitato, avevo lo stomaco e la testa che implodevano e avevo visto quello che non volevo vedere. Ma non ero riuscita a mettere a fuoco la scena nel momento e nel posto in cui era accaduta.
Scoppiai in lacrime. Ero nuda e insanguinata, in quella stanza angusta, fagocitata dal buio. C’era un cadavere, un film cruento in corso e c’erano dolori e timori nelle mie lacrime.
Aprii la porta e sguisciai via dalla stanza, nuda e piangente, distendendomi sulle scale del palazzo a riposare, aspettando di essere scovata dalla polizia.
Mi risvegliai all’alba. In un attimo, stirandomi i muscoli, mi balenò la notte appena trascorsa. Avevo gli occhi gonfi, ero ancora nuda e me ne vergognai. Mi sentii come Adamo ed Eva dopo la punizione divina, rappresentati nella “Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre†di Masaccio. Il giorno prima mi sentivo impudica, sotto l’effetto dell’ira e degli allucinogeni ma, in quel momento, mi sentii un verme, vergognandomi delle mie fattezze fisiche ostentate.
Salii le scale titubando e suonai energicamente il campanello, finché la mia coinquilina venne ad aprire.
- È venuta la polizia? L’hai chiamata?
- No!
- Mi prenderà lo stesso! Non volevo farlo! – singhiozzai – è ancora lì?
- Chi? Fabio? No, è andato via. Ha detto che ti avrebbe chiamata e spiegato tutto.
- Che vuol dire che è andato via?
Mi precipitai in camera mia e non c’era sangue, non c’erano cadaveri, non c’erano sentori e tracce del dolore del giorno prima. Anche la stanza era tornata ampia e luminosa.
- Allora non l’ho ucciso! Non sono un’assassina!
Madda mi guardò con l’aria interrogativa, ma in quel momento l’importante era che io capissi quello che era accaduto la notte precedente: non avevo ucciso Fabio.
Spiegai la situazione a Madda mentre mi rivestii, le raccontai i miei cavilli, le mie allucinazioni, i ricordi in Piazza Verdi.
- Era mortificato. Aveva solo il viso arrossato, probabilmente gli avrai rifilato una scarica di schiaffi. Sinceramente, pensavo fosse innamorato di te.
- Non fa niente.
Aspettai che Fabio mi chiamasse, ma non lo fece. Allora fui io a chiamarlo per dirgli che mi era dispiaciuto non ucciderlo quella sera. Non ebbe il coraggio di dirmi che frequentava un’altra ragazza e che sarebbero partiti insieme a Milano.
Dov’era il mio eroe? Non esisteva un eroe in quella società putrida? Dio era un eroe?
Non lo sentii né vidi più. Lendane da l’ècchie, lendane d’o core. Giurai che per me era morto, da quel momento e per sempre nei secoli dei secoli. Amen.
lunedì, 19 ottobre 2009,10:59
C’era una volta un appartamento. E c’era una volta anche una ragazza. Sei ragazze per la precisione, ma di una in particolare voglio parlare, cioè di Meg.
Dopo tre anni decide arbitrariamente di andar via, non che c’erano irrisolvibili problemi, semplicemente voleva cercare la sua casa dei sogni. Non aveva neppure sognato la sua ipotetica casa dei sogni, eppure voleva cercarla, difficile quasi quanto ritrovare Cenerentola a partire da una scarpa. Quaranta chiamate dopo, gli appartamenti erano solo venti, perché richiamava più volte gli stessi proprietari a causa di errori grafici sul periodico a cui attinse, o a cui si rivolse, quasi fosse un oracolo. Venti appartamenti, ma solo quattro appuntamenti. Quattro appuntamenti ma tanta confusione.
Primo appuntamento. Il proprietario sarà per semplificazione definito A, la ragazza Meg.
A: - Questo appartamento era un ex studio medico. Vede com’è ampio?
Meg: - Sì.
A: - Vede come è nuovo?
Meg: - Sì. Mi piace, lo voglio.
A: - Dobbiamo solo trovare altre coinquiline e una stanza è sua.
Meg: - Ma ci pensi bene se vuole trasformarlo da studio in appartamento. Comporta tante spese, tanti rischi che venga dissestato da chi verrà ad abitarci. È così perfetto!
A: - Sì, in effetti, ha ragione. Ci devo pensare.
Quello era l’appartamento dei sogni di Meg, che troppo bonariamente, ingenuamente, mossa dal buon senso, per qualche suo amico toccata dalla stupidità, aveva dimenticato di essere una potenziale affittuaria e non una consulente immobiliare. Era il suo appartamento dei sogni, ma lo scoprì solo dopo il quarto appuntamento.
Quarto appuntamento. La proprietaria sarà per semplificazione definito A, la ragazza Meg.
A: - E’ qui per la casa?
Meg: - Ah, sì. Mi aspettavo di trovare suo marito.
A: - No, ha parlato con me.
Meg: - Ricordavo una voce maschile.
A: - Ah, ah! No, no…
Meg: - Eppure sono sicura di aver parlato con suo marito.
A: - E’ impossibile. Sono vedova.
Gaffe impareggiabile, ma forse anche per quello, l’appartamento le sembrò un cimitero.
La voglia di traslocare di Meg era solo la punta di un iceberg di un desiderio più profondo di cambiamento. Capì che il cambiamento non è una condizione premeditata, ma casuale, improvvisa. E lei, giovane ed impulsiva, avventata ed incauta, avvisò la sua proprietaria che avrebbe lasciato l’appartamento senza aver trovato un rifugio alternativo. Per entrare nel suo appartamento dei sogni avrebbe dovuto cercare altre coinquiline, altrimenti il proprietario l’avrebbe affidata ad una famiglia o lasciata come studio. Ma non se ne preoccupò e, anziché cercare altre possibilità, cominciò a studiare gli arredamenti, i mobili, le foto, i quadri da affiggere. Ma dove? Non nell’appartamento dei suoi sogni, ma nei suoi sogni e basta. Ma non voleva capirlo.
Nel frattempo, decise che avrebbe cambiato anche il suo modo di spostarsi in città: non avrebbe più usato le sue gambe, voleva una bicicletta. Anzi, la sua bicicletta, quella che da bambina e da ragazzina la trasportava per le campagne del suo borgo di provincia, prima di trasferirsi in città.
Meg: - Pà, riparami la bicicletta! Ho deciso che voglio la bicicletta a Bari!
Papà di Meg: - Hai trovato un’altra casa?
Meg: - Non ancora.
Papà di Meg: - A fine mese, resterai in mezzo alla strada…anzi, sarete tu e la bicicletta!
Fu così che la casa dei sogni di Meg divenne la casa che non c’è.

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mercoledì, 09 settembre 2009,16:21
Mentre vado in chiesa per confessarmi, penso che ognuno ha la sua storia. La donna che parla al cellulare strillando ha una storia. Il barbone che mendica in stazione ha una storia. L’anziano che siede su una panchina a guardare i passanti ha una storia. Forse anche più di una.
Ed io passeggio convulso, turbato, ferito assaggiando due-tre secondi di ognuna di queste vite. Bastano pochi istanti per inventare una storia. Una parola, un gesto, una smorfia per ricamare il racconto della loro esistenza. Se mai dovessi parlare con queste persone, mi ricorderò quello che sto creando su di loro? Riderò per la fedeltà del mio racconto alla verità o per le totali e assurde divergenze? Semplicemente non rammenterò nulla né di loro, né degli incontri per strada, né delle mie illazioni, ma dirò: “Hai un volto conosciutoâ€.
È questo che accade quando mille volte la gente mi passa accanto ma non fa parte della mia vita. Poi, basta una conversazione e mi rendo conto di averla già vista, forse un milione di volte, ma mai come adesso, adesso è tutto diverso. Adesso fa parte della mia vita. Adesso sarà lei a raccontarmi la sua storia, senza che io ne inventi una per lei.
Per caso l’ho conosciuto al supermercato dove eravamo soliti andare entrambi e per caso me ne sono innamorato. Un medico affermato, sposato, che vive in un piccolo paese del sud non può innamorarsi di un ragazzo. Essere gay, per me, è un anatema: se la verità si propalasse in paese, non potrei più vivere, lavorare e camminare fiero per strada.
Avanzo tra la gente che mi riconosce e mi saluta educatamente, cammino con il mio peccato mortale, ma nessuno lo vede. Solo io so che c’è. Ripenso al biglietto che Gianni mi aveva lasciato a lavoro qualche giorno fa facendomi rischiare di essere scoperto.
“Usa le parole per dimostrarmi che mi vuoi. Usa la tua dannata voce! Io non voglio fare l’amore senza te, non voglio ridere senza sentirti ridere, non voglio scrivere per nessun altro. È questo l’amore? È sentire la tua voce quando non ci sei, inebriarmi del tuo profumo quando sei lontano, rammentarti quando so che ti vedrò. È questo l’amore? Uscire con tutti ma non vedere che te, parlare con tutti ma non pensare che a te. Eppure forse tu pensi che l’amore non ci appartiene, che il nostro amore è un peccato. Forse è ora che io vada, forse è ora che tu mi prenda con te. Forse questo sarà solo il mio disperato addio.â€
È questo che accade quando si è sempre troppo impegnati e la vita diventa monotona: si finisce facilmente intrappolati nella rete di pericolose emozioni, degli errori, dei guai.
È questo che accade quando si è insoddisfatti o si cerca di reprimere la propria natura: si finisce per demolire la propria vita, o troncare la vita di qualcun altro, o tutt’e due.
Perché diamine non ha fatto quello che diceva nel biglietto? Perché non è andato via, lasciandomi in pace? L’amore è complicato, anche tra uomini. Soprattutto tra uomini.
- Padre, ho bisogno di confessarmi.
- Certo, vieni, andiamo in sagrestia.
Questo sacerdote è uno sconosciuto ed io devo raccontargli tutto. Devo perché voglio. Devo perché se no morirò schiacciato dai sensi di colpa. Devo perché tanto sono già morto dentro.
La verità è che preferirei perdere la memoria qualche volta, per dimenticare chi sono, cosa sono per gli altri e per tumulare le mie azioni. Non sono credente, né ho mai pensato che Dio potesse giudicare ingiusti alcuni miei atteggiamenti e comportanti. Sono gli uomini i veri giudici di questa vita. Dipendono da loro la morale e la deontologia di ogni medico, avvocato, farmacista, giornalista e parroco. Dipende da loro se un’ideologia, un pensiero, un’azione, uno stile di vita è peccato oppure no. È per colpa della gente se migliaia di vite sono distrutte, se esiste il suicidio e se qualcuno più egoista, per vivere meglio, pensa all’omicidio come l’unica soluzione.
Il parroco mi chiede solo di elencargli i miei peccati ed io continuo a filosofeggiare sulle mie teorie sociali e sui miei atti impuri. Forse finge di non capire quello che ho commesso. Lui è complice del mio peccato mortale. Cosa farà? Lui riuscirà a vivere con un peso simile? Lo scaricherà su Dio?
Credo che non avesse mai preso in considerazione la possibilità che qualcuno, in questo piccolo paese di provincia, gli confessasse un omicidio.
- L’ho strozzato e fatto sembrare un suicidio. Ma io e lei sappiamo che è un omicidio. Cosa farebbe al mio posto?
- È pentito per quello che ha fatto?
- Non è quello che le ho chiesto di dirmi, padre.
Il parroco è in difficoltà, il suo corpo trema e vibra di paura anche la sua voce. È pusillanime, per questo si è rifugiato nella religione. Aveva ragione Nietzsche: solo due categorie al mondo, i guerrieri e i religiosi, ovvero i superuomini e i deboli.
- Io, al suo posto, mi costituirei.
- E perché?
- Perché tra le leggi del Signore, che sono anche le leggi degli uomini, ce n’è una che dice “Non uccidereâ€.
- Ha ragione. E adesso che lei è complice del mio peccato, cosa farà?
- È pentito per quello che ha fatto?
- Era l’unica soluzione che mi si prospettava, oltre al suicidio. Se trovassi un’altra possibilità, adesso me ne pentirei. Ma grazie per quello che ha fatto per me. Ci penserò. A rivederla.
Così esco dalla chiesa e scoppio in lacrime in un attacco di disperazione. Il senso di colpa, la mia natura repressa, un nuovo amore, le paure e la morale che prima o poi riemergeranno. Accadrà di nuovo. Non troverò altre soluzioni e lo rifarò. Costituirmi adesso o scappare lontano?
giovedì, 12 marzo 2009,08:47
Ognuno ha la sua storia. La donna che parla al cellulare strillando ha una storia. Il barbone che mendica in stazione ha una storia. L’anziano che siede su una panchina a guardare i passanti ha una storia. Forse anche più di una.
Ed io passeggio convulsa, turbata, ferita assaggiando due-tre secondi di ognuna di queste vite. Bastano pochi istanti per inventare una storia. Una parola, un gesto, una smorfia per ricamare il racconto della loro esistenza. Se mai dovessi parlare con queste persone, mi ricorderò quello che sto creando su di loro? Riderò per la fedeltà del mio racconto alla verità o per le totali e assurde divergenze? Semplicemente non rammenterò nulla né di loro, né degli incontri per strada, né delle mie illazioni, ma dirò: “Hai un volto conosciuto…â€
È questo che accade quando mille volte la gente ci passa accanto ma non fa parte della nostra vita. Poi, basta una conversazione e ti rendi conto di averla già vista, forse un milione di volte, ma mai come adesso, adesso è tutto diverso. Adesso fa parte della tua vita. Adesso sarà lei a raccontarti la sua storia, senza che tu ne inventi una per lei.
mercoledì, 04 marzo 2009,14:38
Mario si svegliò presto quella mattina. Ancora trasognato per la notte brava tra alcol e film, come era avvezzo a fare, aveva mal di stomaco e non era riuscito a dormire bene.
Ci sono persone convinte di non meritare l'amore. Lui era uno di quelle. Ma era soltanto un autoinganno, una giustificazione per prorogare il tempo dell’impegno. Forse non voleva trovare il tempo per amare, non aveva ancora compreso che il tempo dell’amore dilata il tempo della vita.
Lo chiamavano Lupo Solitario per la sua aria sorniona quando era tra la gente, per sue fisime di abitare da solo e sparire per lunghi periodi. Studiava Filosofia per passione e non aveva valutato le scarse prospettive di lavoro ma, per il momento, si accontentava dei proventi che ricavava suonando in qualche locale e facendo volantinaggio. Era l’incarnazione della libertà.
Prese tra le mani “L’arte di insultareâ€, ricordando uno degli aforismi di Schopenhauer: “La solitudine è fonte di felicità e di tranquillità dell'animoâ€. Dal libro cadde un foglietto. Lo prese e lo lesse con il magone.
“E’ normale ed è più facile ricordare ciò che fa male rispetto a ciò che fa stare bene...è normale ed è più facile ricordare gli sbagli delle persone, rispetto ai loro meriti. Perché accade questo? Perché il dolore pesa più della gioia. La felicità è effimera, dura il tempo di un sorriso, di un ricordo, la sofferenza invece dura per sempre. Non si dimenticano le bufere di lacrime, non si dimenticano le espressioni arcigne e gli eloqui turpi di un litigio, di mille litigi. Il cuore si lacera e non bastano fugaci emozioni e illusorie parole a medicarlo.
Non ha senso più nulla...da alchimisti a nichilisti....pensa un po’ che strano destino. Ed io ricorderò più quello che hai distrutto rispetto a quello che hai creato con me.
Cos’ho fatto oggi? Ti ho cacciato dalla mia vita. Adesso tu mi rimprovererai, mi odierai, mi bistratterai. Credimi: piango per tutte le cose che abbiamo fatto e non faremo più; piango la tua assenza; piango le notti in cui non ci sarai più; piango per l’amore che rinneghi.
È giusto che io mi nasconda al tuo sguardo confuso, alle tue mani sulla mia pelle, al tuo sorriso per me. Vorrei guardarti ancora come ieri, vorrei che mi guardassi ancora come ieri…
Impantanata in un vicolo cieco, aspetto chiunque, aspetto qualcuno, aspetto angeli, anche demoni per svegliarmi da questo torpore asfissiante. Dato che la tua strada è quella della solitudine, ti prego di lasciarmi cercare la mia…â€
Era la sua amata Lara che aveva descritto il suo patema. L’aveva raggelato con la descrizione più amara della verità. L’aveva irrigidito con il suo ultimatum. Ora comprendeva la sua assenza da qualche giorno: aveva lasciato l’autostrada della passione per imboccare la strada angusta e infausta della razionalità. Era la punizione per tutte le volte che lui spariva per diversi giorni, per quando partiva da solo senza lasciare tracce e non voleva sentirsi vincolato da una storia. Continuò a leggere il biglietto.
“Quando tu dici di voler restare solo, tu segui la testa, non il cuore. Il cuore porta solo dalle passioni, porta solo dai sentimenti, dal piacere...ed io ti dò questo, ma tu segui la tua testa. Ed ora capisco. Capisco anche che dopo tutta la strada che ho fatto seguendo il mio cuore, anch’io seguirò la mia testa. Devi accettare che non puoi avere tutto, come nemmeno io posso avere quello che voglio. Chiedimi se sono felice ed io piangerò. Se io lo chiedessi a te, tu non sapresti rispondermi.â€
Aveva ragione. Mai indugiava a pensare sulla ragazza che lo rendeva un uomo migliore, mai traccheggiava a meditare sul suo futuro, sulla ricerca di un lavoro e di una città in cui stabilirsi, su quell’amore, quella passione, quel rapporto senza nome che l’aveva assalito senza preavviso. Avrebbe dovuto pensarci, era ora di pensarci.
Pensò ancora al suo filosofo preferito: “Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soliâ€.
Decise di aprire il suo cuore, di lasciarsi travolgere dalle emozioni per qualche istante, il tempo di scriverle una mail.
“Svegliati, sognatrice! Per troppo tempo hai vissuto una paturnia che non meritavi, un logorio che ti soffocava…Svegliati, sognatrice! Non esistono solo sogni fausti, la gente è complicata, l’amore è pericoloso. Ricorda Schopenhauer però: ‘poiché non esistono due individui perfettamente uguali, ci sarà una sola determinata donna che corrisponderà nel modo più perfetto a un determinato uomo. La vera passione d'amore è tanto rara quanto il caso che quei due si incontrino.’ Ed io ti ho trovata. Sei la ragazza giusta nel momento sbagliato. Ma se ci sarà qualcun altro che riuscirà a farti più felice di quanto possa fare io adesso, avrò la certezza che la mia scelta sarà stata quella giusta. Ma sono sicuro che non finirà quello che c’è tra noi. Pensami quando mi perderai. Pensami perché io ti penserò. Pensami perché poi ci ritroveremo.â€
giovedì, 08 gennaio 2009,14:47
Sara non era solo una giovane maestra delle scuole elementari. Insegnava l’italiano, ma anche la convivenza e l’amore ai suoi alunni, molti dei quali vivevano nei quartieri umili e malfamati di Bari.
Era approdata in città qualche anno prima, e lì, ad aspettarla, non c’erano solo sorrisi e cortesia, ma anche cosche e paura celate dietro una maschera di garbo e cordialità.
Per strada, a scuola, si proponeva di estorcere informazioni sui boss locali, su come operavano, con non-chalance, sperando di stanare l’alieno in quella città meravigliosa che la ospitava.
Quel pomeriggio camminava con lo sguardo vitreo. Fissava la strada e, di tanto in tanto, osservava sfuggente le facce dei passanti. Un uomo le tagliò la strada in motorino. Era senza casco, un viso provato e portava con sé l’odore fetido di un dopobarba, la puzza della malavita. Non era protetto dal casco, ma dal suo clan.
Indignata, si diresse verso la piazza di Bari vecchia per incontrare e salutare i suoi alunni più irriverenti, quelli che prospettava di migliorare. Li vide, giocavano con un pallone e sbraitavano in dialetto. Si fermò un po’ distante da loro perché non la riconoscessero, così poteva studiare i loro comportamenti discoli e correggerli al momento opportuno. Si sedette su una panchina e aspettò. Aspettava qualcosa, qualunque cosa.
Fu in quel momento che davanti a loro passò l’uomo in motorino che aveva incrociato poco prima. Non appena i ragazzini lo videro, lo salutarono e gli si appropinquarono taciturni e remissivi, quasi portando rispetto. L’uomo prese subito a bisbigliare qualcosa, voltandosi di tanto in tanto verso di lei. Cosa stava tramando?
Sara si alzò in piedi quando notò che la cricca di ragazzini si stava avvicinando nella sua direzione, mentre l’uomo si accese una sigaretta.
- Ciao, maestra.
- Buonasera, Nicola. Che vuole quell’uomo da voi?
- Niente. – rispose un altro mentre Nicola fece spallucce.
- Avete fatto i compiti o volete un’altra nota di demerito?
- Mio padre ha detto che se torno a casa con un'altra nota, lei farà una brutta fine.
La maestra impallidì con il magone, ma cercò comunque di mantenere un’espressione autoritaria. Aveva capito che per farsi rispettare, doveva guardare negli occhi quei ragazzini, quasi sfidandoli e mostrando un certo carisma.
- E’ tuo padre, Nicola?
- Sì.
Sara si allontanò dai suoi alunni in direzione dell’uomo malavitoso che, fissandola, le provocava fastidio. Aveva anche paura, ma riuscì a nasconderla.
- Buonasera, signora maestra. Mio figlio torna a casa ogni giorno con una nota. Perché? – l’apostrofò alzando la voce.
- Io non elargisco note senza motivo e poi mi pare che spiego sempre le mie ragioni. Anziché alterarsi perché scarabocchio il diario di suo figlio, dovrebbe preoccuparsi di aiutarlo a studiare, o quantomeno, di sollecitarlo a svolgere i suoi compiti. Non le pare?
- Si vede che non sa chi sono. – rispose con un ghigno l’uomo, sferrando nervosamente un gancio sul viso della maestra.
Sara strillò dal dolore. Guardò i ragazzini che, poco distanti dalla scena, ridevano e fischiavano.
- Non ho intenzione di modificare i miei metodi. – mormorò la maestra.
- Nemmeno io! – ribatté l’uomo colpendola con un altro pugno nello stomaco.
Sara tossì con le lacrime agli occhi. L’uomo la minacciò nuovamente e si allontanò in motorino. I ragazzini ripresero a giocare con il pallone ignorandola.
- Non è lui il modello al quale dovete ispirarvi! Il suo potere e la sua forza non valgono niente fuori di qui! Se volete essere dei leader aziendali, dei capi di stato, dei calciatori rispettabili, dei politici influenti, non fate come lui! – berciò piangendo.
Si allontanò sotto lo sguardo attonito dei suoi alunni, arrancando e alternando ipotesi sulla malavita e ipotesi sulla sua passione. Non erano pensieri correlati, o forse c’era qualche nesso. Il suo cuore in preda ad una fuga che non poteva intentare se voleva portare avanti i suoi progetti, come un latitante che non può abbandonare il suo clan se vuole sopravvivere. Muoiono i giusti, o chi cerca la verità. Di qualunque morte, anche dell’oblio.
Sara vorrebbe scrivere, parlare e spiegare ad oltranza a quei ragazzi come va la vita, ma finirebbe col ripetere futilmente le stesse cose, come se per una punizione a scuola la maestra le avesse dato da trascrivere all’infinito che è una stupida a piangere perchè crede ancora che i vermi possano diventare farfalle, e che deve finirla deve finirla deve finirla deve finirla deve finirla…
domenica, 21 dicembre 2008,14:41
Qui c’è una storia che non posso raccontare.
Ho paura che qualcuno possa leggerla,
qualche volta mi sento male
ma passa.
Tutto passa, solo il mio passato non muore mai.
Prendo qualche pillola della felicità,
mi sento male,
ma vedo cose che mi rendono amena.
Qui c’è una bambina che non vuole crescere.
Ho paura che qualcuno possa violarmi,
qualche volta mi sento male
ma passa.
Forse devo prendere meno pillole,
forse non c’è una razione raccomandata,
forse devo solo finirla.
Non è così male, passerà…
Tutto passerà, solo il mio passato non morirà mai.
Prendo la mia ultima pillola della felicità.
sabato, 06 dicembre 2008,11:01
Mi illudo che il tempo aiuti a crescere ma so che ancora non sono che una bambina. Ricordo ancora quando in auto aprivo il finestrino per sentire il vento carezzarmi il viso e fissavo il sole, con la convinzione che quel bruciore e quel sacrificio mi rafforzassero la vista. Tutt’altro che la verità.
Ricordo ancora quando a 5 anni, tutte le mattine, appena mi svegliavo scendevo dal letto e mi rannicchiavo, mi facevo piccolina, perché pensavo che ritornando piccina i miei mi avrebbero garantito le stesse attenzioni che rivolgevano a mio fratello minore.
E ricordo quando infantilmente sognavo un fidanzato e declamavo ai miei genitori: “A 18 anni mi fidanzo!†E i miei mi rispondevano pazienti: “Non puoi decidere quando troverai l’amore…†ma io ribattevo: “A 18 anni mi fidanzo!â€.
Adesso ho 22 anni, ho imparato qualcosa ma non basta, non basta mai.
A casa sua guardiamo un film. Le immagini scorrono sullo schermo del televisore, ma non le vedo. Sento una lontananza siderale a dividerci.
- Monica, ho riflettuto.
Ha riflettuto ancora, perché lo fa? Ci vediamo, ma è più facile vederlo nella mia testa, come dico io… E cerco la sua libidine ma non c’è più, cerco i suoi occhi fissi su di me come qualche settimana fa, ma non li vedo più…
- Non so se ti dimenticherò, non so se ci riuscirò…Non voglio dimenticarti!
- Monica, questa storia non può andare avanti così. Non riesco ad amarti ed io la mia giovinezza l’ho già vissuta. Adesso tocca a te.
- Sei un maledetto!
Esco di corsa da casa sua, sperando che mi chiami, che mi venga a prendere per abbracciarmi, a dirmi che vuole continuare a guardare i miei occhi dolci, il mio sorriso radioso, a chiedermi di fare l’amore. Ci piacerà da morire, so che non vogliamo smettere, so che ci farebbe male smettere…
Ci vediamo in facoltà, lui per il suo lavoro, io per il mio studio, ma lo ignoro. Penso di scrivergli una lettera. Forse gliela consegnerò domani, o forse non gliela farò leggere mai.

30 settembre
Mi sto deteriorando. Vorrei parlarti, raccontarti, stringerti e fare l’amore con te…ma sono forte. Ti vedo ma non mi arrendo. Porto avanti questa irrisoria e patetica lotta contro di te sperando di sortire un effetto che forse non ci sarà.
Mi guardi, guardi le mie gambe perfette, quelle che per vari mesi hai aperto per raggiungere il paradiso per qualche minuto. Guardi i miei occhi che, per qualche arcano motivo, nonostante i miei sforzi, vogliono guardarti. Io non voglio più colorare il tuo mondo se tu non decidi a tinteggiare vividamente il mio. Accenni a parlare, ma io non sarò più la stessa.
Tu non ci credi, non capisci o non vuoi soffermarti a meditare sui mesi asfissianti e logoranti che ho passato aspettando che tu ti sentissi pronto per avere una storia con me. Ma non sei pronto, non sei ancora pronto… Devo smetterla di parlare e scrivere di te o l’angelo che ho conosciuto per caso, lo straniero che si riempirà del mio nome, lo straniero che mi fa ridere nello stesso istante in cui singhiozzo per te, riceverà un rifiuto che non merita.
È un ragazzo che senza la tua ingerenza nella mia vita sarebbe stato il favorito…eppure sono contenta di averti incontrato, amato, di averti regalato la mia anima, anche se non hai saputo che fartene. E vorrei che la tenessi ancora tu, ma vuoi restituirmela…
Devo smetterla di scrivere ciarpame su di te…
Forse posso amare ancora, so che posso sentirmi anche amata da qualcuno…basta solo che io mi lasci trasportare dalle onde di una nuova passione, basta solo dimenticare l’alchimia che credevo ci fosse tra noi.

Tra un po’ ti vedrò, straniero, vorrei poterti guardare con la stessa gioia, con lo stesso sentimento con cui guardo colui che avrei voluto fosse il mio amore. Appena mi riprenderò la mia anima te ne farò dono…sicuramente la meriterai, sicuramente mi darai in cambio qualcosa che mi faccia volare alto. Mi insegnerai a volare, lo so, lo sento, forse ho incontrato un falso amore perché potessi apprezzare te, perché potessi capire il segreto arcano dell’amore puro, intoccabile, etereo, che si alimenta della paura di perdersi…ma poi ci si ritrova sempre, ci si ritrova ad ansimare insieme, a desiderarsi e a non riuscire a smettere di toccarsi e ridere insieme, abbracciarsi e interrogarsi…ora non sto parlando di te, straniero, ma spero tu possa trasformare i miei pianti per lui in amore per te.

- Hai intenzione di evitarmi per sempre? – mi sorprende il maledetto, mentre leggo gli orari delle lezioni in bacheca.
- So che tu non vuoi che io scappi da te. Io so che quando mi vedi pensi che sono bellissima e pensi che sei uno sciocco a voler spegnere la nostra magia… - gli rispondo falsamente infastidita.
- Sarà triste essere solo amici, lo so… ma non sono pronto. Hai vent’anni meno di me.
- Ho conosciuto un ragazzo. Sei felice? Ha la mia età. Spero che tu lo conosca presto.
Mario si irrigidisce e mi guarda dolcemente.
- Sono felice se tu sei felice.
Scappo da lui senza aggiungere altro e chiamo Luca. Quasi per fargli un dispetto, forse per provare nuove emozioni, forse perché sono solo una bambina.
Sulla panchina, Luca mi bacia, poi mi guarda sorridendo ed io lo guardo sorridendo…tutto è perfetto. “Forse sto volando nei tuoi occhi, angelo, lasciami viaggiare nei tuoi occhi azzurri. Forse non tornerò più indietro. Saremo io e te adesso. L’inizio di un nuovo capitolo in un romanzo in cui il maledetto ci sarà sempre…perché lo amo, perché quando non l’amerò più non dimenticherò il crogiolo di emozioni che mi saturava fino all’eccesso, non dimenticherò neanche tutte le mie lacrime per lui. È stato bello sentire il tuo cuore battere follemente quasi volesse uscire dallo sterno. È stato bello anche se non era lui. È stato bello anche se adesso piango per lui.â€
sabato, 08 novembre 2008,10:58
Non posso ignorare il tedio in cui sconfino lavorando come postino. Sono qui da un solo mese e non vedo l’ora di prendere il mio primo stipendio e liquidarmi. Non apprezzo assolutamente nulla di questo lavoro. Salvo i miei colleghi che lavorano qui da decenni. Li ammiro. Ammiro la loro perseveranza, sembrano non accorgersi del loro meccanico lavoro, sembrano stupirsi ogni giorno di una raccomandata con l’indirizzo sbagliato o una lettera con il mittente vergato al posto del destinatario.
Arrivo e loro sono già lì, alacri come ragazzini mentre io sbadiglio fino all’ora di pranzo. Arrivo e sono lì che cambiano la data sui timbri, che leggono il quotidiano aspettando l’arrivo del corriere alle 9:00. Sempre puntuale. Il mestiere del postino è scandito da orari canonici, da gesti automatici, dalla costante della noia…
Forse sono solo io a lamentarmi, ma non è assolutamente il lavoro che volevo fare. Non so se qualcuno dei miei colleghi alla mia età sognava di essere un postino. Considerata la passione con la quale smistano la posta in entrata e preparano quella in uscita, mi sembra che abbiano avverato il loro sogno più ambizioso venendo a lavorare qui.
Io invece spero ancora di lavorare in un’azienda ed occuparmi di problem solving, di promotion, di copywriting… quando ho raccontato dei miei progetti e dei miei sogni ai miei colleghi non capivano di cosa parlassi. E hanno ricominciato a guardare le scrivanie e le sedie in attesa di qualcosa da fare. Hanno dei computer a loro disposizione, ma non li utilizzano per ammazzare il tempo, no, solo per scopi lavorativi. Preferiscono guardare le scrivanie e le sedie.
Finisce la ventesima o ventunesima giornata lavorativa in questo videogioco fermo al primo livello da una vita. Alla fermata dell’autobus c’è una mamma rom con due bambini. Il più piccolo in braccio, l’altro scorrazza irrequieto intorno alle sue gambe. Guardo curioso il delizioso quadretto. Dove andranno? Leggo negli occhi della mamma rom un velo di malinconia. Con premura pulisce la bava del piccino con le sue mani. Il bambino continua a sbavare e lei a pulirlo con le mani. Mi permetto di offrirle un pacco di fazzoletti, ma lei rifiuta. Ci rimango un po’ male, ma ovviamente non è un pacco di fazzoletti che può cambiarle la vita. Continuo ad osservarli indiscreto. Il bambino dietro alle gambe della madre avrà 2 o 3 anni e sorride sempre. Sono gli anni della spensieratezza, non si conosce la mestizia a quell’età, quando è da poco terminato il periodo buio dell’incomunicabilità dei poppanti che piangono queruli ad ogni ora del giorno e della notte, e non è ancora arrivato il momento della maturità, quando iniziano a capire come vanno le cose al mondo. E vanno molto diversamente da come desiderano.
Entriamo tutti sullo stesso autobus. Non ci sono posti a sedere e restiamo ammassati e aggrappati alle maniglie. Il bambino vivido e irrequieto si siede a terra e comincia ad alzare la polvere dalle rifiniture, dalle giunture, da ogni angolo dell’autobus. Alza la polvere e, ridendo come un pazzo, la schiaccia battendo le mani davanti a sé. La madre lo rimprovera con la voce sommessa in una lingua che non conosco.
Il bambino mi guarda fausto qualche secondo, ricambio il sorriso e lui riprende a giocare con la polvere. Penso che alla sua età io avevo i modellini dei miei supereroi e le macchine telecomandate con cui giocare. Lui invece ha la polvere. Il bambino mi guarda di nuovo ma questa volta lo imbarazzo e si nasconde dietro l’ampia gonna di sua madre. Decido di non scendere alla mia fermata e di seguire la famigliola rom. Non so perché. Devo essermi annoiato davvero troppo al lavoro oggi, forse ho davvero bisogno di stimoli, e quel bambino mi intenerisce. Non riesco a non sorridergli.
Scendono ed io li seguo. Camminano lentamente ed io mantengo il loro passo ad una certa distanza, ma il bambino si volta a guardarmi e mi sorride di tanto in tanto.
Si fermano davanti ad un panificio. La mamma dice qualcosa al bambino che annuisce ed entra. Resto inerte ad aspettare. Il bambino esce con qualche centesimo tra le mani.
Loro proseguono con l’elemosina, io dietro di loro. È sempre il bambino ad entrare nei negozi, nelle boutiques, nelle farmacie per chiedere un obolo. Non è giusto che viva così la sua infanzia, giocando con la polvere e chiedendo l’elemosina.
Mi nota, sorride, ma sua madre si affretta a spingerlo verso l’ingresso di una bottega di alimentari. Entra di malavoglia, recita la sua parte con gli occhi dolci allungando la mano verso il commesso e ritorna vincente da sua madre con qualche moneta. Mi rammarico vedendo quel bambino, condannato alla cultura dell’elemosina e dell’accattonaggio senza possibilità di opporsi: a 3 anni non può che accettare le decisioni che i suoi genitori prendono per lui. Ma non posso certo cambiare io la loro cultura, la loro vita, il loro mondo, se non con un’offerta in denaro. Rimango qualche istante a pensare.
Entro nel primo negozio di giocattoli che incontro per strada e subito trovo il modellino di una Ferrari. Lo prendo. Tutti i bambini amano la Ferrari. Mi colpisce anche un dinosauro di gomma, simile ad uno con cui giocavo durante la mia infanzia. Compro anche quello.
Raggiungo il bambino, correndo prima che sparisse con sua madre dietro l’angolo.
Ancora trafelato, lo chiamo sotto lo sguardo attonito della donna e gli cedo i giocattoli che ho acquistato per lui. Li accetta timidamente e mi sorride. Mi sorride e mi riempie di gioia, rasserenando la mia plumbea giornata. Spero di trovare anche domani il mio sole.
by meggymad | commenti (2) | commenti (2)(popup)
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mercoledì, 22 ottobre 2008,20:50
by Petrof | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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